Se, negli ultimi 13 anni, si sono persi 156mila negozi nelle città, per Confcommercio grazie a ristorazione e turismo i centri urbani evitano la desertificazione. I dati emersi dall'analisi Città e demografia d'mpresa realizzata dal centro studi dell'associazione di categoria parlano chiaro: in un contesto di consumi deboli, la crescita delle vendite dei discount e dell’online sta progressivamente erodendo le quote di mercato dei negozi di vicinato ma è la somministrazione, i cui flussi sono spesso legati alle visite turistiche, a mantenere vive vie e piazze.
L'analisi svolta su un campione di 122 comuni, tra cui 107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo tra i più popolosi d'Italia, da un lato sottolinea come la desertificazione del commercio stia accelerando (si è passati da un ritmo medio annuo del 2,2% registrato nelle rilevazioni precedenti all'attuale 3,1% mentre le proiezioni al 2035 parlano di un'ulteriore perdita di 114mila esercizi); dall'altro, che ristoranti e alloggi rappresentino un freno a questo fenomeno e un'evoluzione del modo in cui gli imprenditori rispondono alle mutate abitudini di consumo della clientela. Detto ciò, è evidente che in generale il tono dello studio Confcommercio sia di carattere negativo: "La desertificazione commerciale è diventata un’emergenza che penalizza le aree urbane, con meno servizi e meno sicurezza. Va avviato il nostro progetto Cities con i sindaci su tre priorità: disciplinare l’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzo immediato dei locali sfitti, coniugare sviluppo economico e urbanistica", ha affermato Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio.
Insomma, il tessuto commerciale nei centri storici cambia. E lo si vede bene nella composizione merceologica delle attività. I negozi tradizionali calano drasticamente: edicole -52%, abbigliamento e calzature -37%, mobili e ferramenta -36%. Crescono invece le attività legate al turismo e alla ristorazione: ristoranti +35% (che tiene conto anche del fenomeno dei bar che cambiano codice Ateco per spingere sulla somministrazione pura e determinando in parte anche il calo di questa forma di pubblico esercizio: -21,1%), gelaterie e pasticcerie +14%, affitti brevi +184%. Il risultato è una nuova geografia urbana: meno negozi di prossimità, più attività turistiche e ristoranti, e una trasformazione degli spazi cittadini che rischia di creare quartieri-dormitorio e città meno vive, soprattutto per gli anziani e chi ha bisogno dei servizi di vicinato. Questa variazione è più marcata al Nord con comuni come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria che perdono oltre il 33% dei punti vendita, mentre al Sud città come Crotone e Olbia mostrano una maggiore tenuta. "Gà 13 anni fa c’erano più ristoranti che negozi alimentari di prossimità - si legge nello studio - Il problema è che non accettiamo il cambiamento negli stili di consumo né produciamo, almeno per adesso, una gestione ragionevole dei flussi turistici alcune attività stanno scomparendo e non è detto che le città possano resistere a questi fenomeni".
Interessanti risultano i dati relativi alla struttura imprenditoriale delle imprese considerate. Due i trend in atto. Il primo riguarda la titolarità straniera dell'impresa che, trai il 2012 e il 2025, hanno registrato un aumento di 134mila unità rispetto alla perdita di 290mila per quelle italiane. Il secondo è relativo alla strutturazione delle imprese la cui crescita dimensionale, espressione della ricerca di maggiore produttività, sia del lavoro sia sistemica, si associa a una maggiore complessità del modello organizzativo. In questo senso, emblematico è il caso della ristorazione a gestione italiana. Non solo le società di capitali crescono (passando dal 14,2% al 30,6% per l'insieme "alloggio e ristorazione") ma anche gli addetti aumentano (+50,1% di addetti nelle imprese di ristorazione).