Dal 2000 al 2025, secondo un report Aifi (Associazione italiana fondi d'investimento), sono state 400 le operazioni di investimento nell'alimentare (no startup). In totale, fanno oltre 9 miliardi di euro investiti dal private equity; di questi, 5 miliardi negli ultimi 5 anni. L'analisi, realizzata a partire dai dati Aifi-PwC sul venture capital, è stata presentata a Milano in occasione di un incontro sul tema. "In questi anni, il private equity ha creato dei veri e propri poli di settore grazie ad attività di aggregazione da parte di fondi italiani, solitamente più attivi per volumi, e operatori internazionali, protagonisti delle operazioni a maggiore valore", ha sintetizzato Alessia Muzio, responsabile ufficio studi e ricerche Aifi.
Dall'analisi dell'associazione, che ha passato al setaccio 25 anni di investimenti, emerge come in questo periodo l'alimentare (dalla produzione alla ristorazione e food delivery) abbia capitalizzato il 9% del totale investito in Italia. Questo grazie a 393 investimenti (di cui 259 costituiti da buyout), per un totale di 261 operazioni che hanno coinvolto 208 società e 132 operatori del mercato (essenzialmente basate in Lombardia). Guardando ai sottoinsiemi, «la parte del leone la fa la produzione di beni alimentari, con 4,8 miliardi di euro investiti - spiega Muzio - Solo 40 operazioni e 810 milioni per la ristorazione e il food delivery, che arriva dietro alle attività di lavorazione e fornitura delle materie prime con meno operazioni, 36, ma 1,9 miliardi di euro raccolti". A trainare il fuoricasa sono il food retail e il fine dining: "Il settore è cresciuto tanto negli ultimi anni. Inizialmente puntando sui format replicabili attraverso operatori internazionali, come nel caso di La Piadineria, Cigierre, ecc. Il fine dining, invece, ha avuto uno sviluppo diverso, meno istituzionale, ma comunque più finanziario", aggiunge Muzio.
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Fil rouge di tutte le operazioni è stato il processo di aggregazione, sia orizzontale che verticale. In alcuni casi manovra utile per conquistare nuovi mercati esteri rilevando un'azienda locale attiva nello stesso comparto; in altri vera e propria aggiunta al puzzle della filiera. Infatti, nel periodo 2021-25, secondo Aifi, sono state 157 le operazioni add-on, di cui 28 su target esteri (in Usa, Francia e Spagna). Ma chi è l'investitore e su chi investe? "Noi mappiamo fondi che fanno private equity, escludendo investitori informali. Di fatto si tratta di un mercato composto da Sgr sia italiane, che spesso investono nel mid market, sia appartenenti a strutture internazionali - specifica Muzio - Il target sono la media impresa a conduzione famigliare. Qui si pongono due temi: il passaggio generazionale e la crescita. Si risolvono con managerializzazione e acquisizioni". D'altronde, l'alimentare è ancora un mercato molto frammentato in Italia e c'è spazio per ulteriori aggregazioni. Soprattutto in un settore che, al netto del ciclo economico, può contare su diverse eccellenze. "Oggi c'è una maggiore consapevolezza del ruolo del private equity come partner per la crescita - sottolinea Muzio - Tanto che le famiglie storiche, originarie re-investano nella stessa azienda insieme al fondo.
di Nicola Grolla