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Tra il 2010 e il 2026, il report Fipe-Aifi ha censito 61 operazioni private equity nella ristorazione
Tra il 2010 e il 2026, il report Fipe-Aifi ha censito 61 operazioni private equity nella ristorazione
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Ristorazione e private equity, accelera la transizione al food retail

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Il private equity ridisegna il futuro della ristorazione accelerando la transizione al food retail è lo scenario che emerge da un recente report Fipe-Aifi. Sebbene l'interesse dei fondi di investimento sia relativamente nuovo (con il 59% delle 61 operazioni registrate dal 2010 al 2026 che si sono concluse dopo il 2020), l'effetto sul fuoricasa è chiaro: crescono fatturato, ebitda, punti vendita e personale. Risultati che, in un contesto frammentato come quello italiano dove l'apporto creditizio bancario negli ultimi 10 anni si è ridotto di 42 miliardi di euro, confermano come il private equity sia un'opportunità strategica per l'evoluzione (e la managerializzazione) del settore ristorativo. 

L'impatto del private equity sulla ristorazione. 

Il report presentato al mercato il 14 luglio e reso disponibile dopo la pausa estiva, la federazione dei pubblici esercizi e l'associazione italiana del private equuity ha scattato una fotografia dell'attuale legame tra ristorazione e capitali. Si tratta di un'istantanea che assomiglia al frame di una pellicola in costante svolgimento composto, da un lato, dall'analisi quantitativa delle operazioni concluse negli ultimi 16 anni (che hanno interessato 51 realtà della ristorazione e 44 operatori finanziari) integrata da una survey sul sentiment di 21 primari M&A advisor e, dall'altro, dallo studio sulla situazione macroeconomica della ristorazione italiana nel 2026. Approfondendo l'aspetto quantitativo, e detto che a livello geografico è la Lombardia (Milano in testa con il 46% di quota) ad assorbire il maggior numero di investimenti, il mercato è stato caratterizzato essenzialmente da bay out, ossia operazione finanziarie in cui un acquirente rileva la maggioranza o la totalità del capitale di un'azienda, ottenendone il controllo totale o operativo (59%) a cui è seguito un periodo medio di mantenimento pari a 4 anni e 10 mesi. In questo periodo, l'ingresso di nuovi capitali è stato utilizzato prevalentemente per l'espansione della rete, sia domestica che internazionale (82%) verso Usa, Francia e UK; con tutti i risvolti operativi e manageriali che ne conseguono. Protagonisti di queste iniziative sono operatori domestici (62%) e stranieri (32%), in gran parte (42%) private equity tradizionalmente intesi. Il loro target sono state società specializzate in cucina italiana (24 operazioni), cucina internazionale (15) e pizzerie (10) ma c'è anche un 12% che ha coinvolto attività nel segmento luxury. Il profilo tipico è rappresentato da imprese prevalentemente famigliari (60%) con una performance economica mediana di circa 7 milioni di fatturato, 270.000 euro di Ebitda e 69 dipendenti. Numeri che, dopo 5 anni di investimento, hanno fruttato: 

  • +18% di fatturato delle imprese
  • +73% dell'Ebitda
  • +50% di punti vendita
  • +53% di addetti 
La prospettiva degli investimenti nel fuoricasa: priorità a QSR e fine dining. 

Non sorprende, dunque, che a parere del 53% degli advisor intervistati da Aifi, la ristorazione continui a rappresentare un settore a "elevata" o "molto elevata" attrattività. Mentre per due terzi del campione, il fuoricasa rappresenta adeguati parametri economico-finanziari ai fini dell'investimento. Ad oggi, le migliori opportunità arrivano dalla ristorazione veloce (41%) e dal fine dining (26%) seguiti da format monoprodotto (18%), ristorazione tradizionale (9%) e bar (6%). La ristorazione in catena, in particolare i piccoli player con 10-20 punti vendita (48%), le imprese familiari con un flagship forte (33%) e i grandi gruppi multinazionali (19%) sono invece per gli advisor i modelli di business con le maggiori potenzialità. Non a caso, forza del brand e posizionamento (32%), scalabilità del business (27%) e marginalità operativa (20%) sono anche i principali driver che orientano le decisioni di investimento nel settore insieme all'occasione data dal ricambio generazionale. Certo, non mancano anche i rischi, principalmente legati alla gestione del capitale umano e alla carenza di persone (33%). A questi il private equity risponde con focus ben precisi: managerializzazione e governance (40%), espansione iternazionale (38%), digitalizzazione e innovazione tecnologica (10%) ed efficientamento della supply chain (7%). Nei prossimi 3-5 anni i fondamentali appena descritti non cambieranno, ma dovranno rispondere ad alcune sollecitazioni che arrivano dalla stessa evoluzione del mercato: 

  • Consolidamento e M&A, con lo sviluppo di catene di format replicabili,
  • Polarizzazione dell’offerta tra premium/fine dining e catene specializzate.
  • Nuove scelte di consumo dettate da una maggiore attenzione a qualità, salutismo e benessere.
  • Efficienza operativa necessaria alla luce della pressione sui costi, generazione di managerialità, maggiore managerializzazione e gestione delle risorse umane.
  • Digitalizzazione e AI da introdurre come strumenti per migliorare la produttività e prevedere la domanda. 
  • Focus internazionale sia per intercettare una clientela estera sul mercato domestico sia per conquistare nuove piazze. 
L'evoluzione in corso nella ristorazione italiana. 

La ristorazione italiana, d'altronde, è arrivata a un punto di svolta. Con quasi 325.000 imprese attive (e circa 451.200 punti di somministrazione), un valore aggiunto di quasi 60 miliardi di euro e 1,5 milioni di occupati, il fuoricasa intercetta oggi più di 100 miliardi di euro di spesa delle famiglie italiane. Un traguardo in parte spinto dall'inflazione e dietro il quale si nasconde la necessità di un'evoluzione strutturale delle imprese capace di preservare il valore unico della filiera (con valore generato tra i fornitori di beni e servizi pari a 55,5 miliardi di euro) e della componente umana per rimanere competitivo nelle scelte dei consumatori. Come confermano i dati Fipe, la trasformazione sta già avvenendo (come dimostra anche l'Osservatorio RM-TheFork sul full service restaurant, disponibile qui). Per esempio, alla crescita delle società di capitale nella ristorazione, che nel 2025 rappresentano il 29,1% del totale (rispetto al 13,8% nel 2015), corrisponde una riduzione delle ditte individuali (dal 51,3 al 46,5% in dieci anni). Allo stesso tempo, si mette mano al portafoglio con il 25,8% dei pubblici esercizi che nel 2026 ha programmato interventi di rinnovamento dei locali, amplimento della rete, gestione della forza lavoro, introduzione di tecnologie di supporto e attivazione di strategie di comunicazione digitale. Progetti per cui, da solo, l'autofinanziamento non può bastare. 

Opportunità e sfide per il food retail. 

La transizione verso realtà ristorative maggiormente organizzate e l'interesse d'invetimento da parte degli operatori finanziari gioca a favore della crescita del food retail. Ad oggi, secondo i dati Fipe, sono circa 750 le insegne attive per un totale che si aggira sui 12.500 punti di somministrazione. Un universo in forte crescita che oggi vale circa 11 miliardi di euro in termini di consumi fuoricasa grazie al traino di grandi player nazionali e internazionali e un gruppo dinamico di mini-catene (con meno di 10 punti vendita) che rappresentano il 37% del mercato totale. Rispetto ad altri contesti europei, quindi, lo spazio per crescere c'è e i fondamentali sopra descritti pure. La ristorazione in catena, infatti, si basa su un modello di governance strutturato, su figure e processi manageriali definiti, che consentono alle imprese un efficiente controllo di gestione e standardizzazione
dei processi operativi nonché la capacità di utilizzare dati e tecnologie per ottimizzare l'esperienza di consumo. Tuttavia, non mancano le sfide. La standardizzazione, infatti, deve far rima con autenticità sia nel layout sia nella proposta gastronomica. Allo stesso tempo, la scelta di puntare su un'offerta verticale potrebbe risultare un ostacolo a fronte dei veloci cambiamenti delle abitudini alimentari della clientela. La stessa che sì apprezza l'interazione innovativa (pensiamo a kiosk e servizio food delivery) ma ricerca il contatto umano, l'empatia, l'inclusione e l'accessibilità per trasformare la visita in un consumo ricorrente. 

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