Nel 2025, il franchising ha raggiunto un giro d'affari pari a 39 miliardi di euro secondo l'ultimo Rapporto Assofranchising; il 12,7% dalla ristorazione. Per il settore dell'affiliazione commerciale, si tratta di un aumento del +8% rispetto al 2024. Un segnale di come questo modello imprenditoriale sia capace di crescere anche nelle fasi più complesse del ciclo economico, grazie alla forza dei brand, alla capacità di innovazione e a una proposta che risponde alle nuove esigenze dei consumatori. Soprattutto a tavola.
Guardando ai numeri del report realizzato per l'associazione di categoria da Patrigest insieme a TEHA Group e presentato al Franchising Summit del 18 giugno, emerge come il franchising continui a registrare performance superiori alla media del mercato in tutti i principali settori merceologici. Il settore sta attraversando una fase di consolidamento e maturità che corrisponde all'1,7% del Pil nazionale. Nel 2025 il numero dei punti vendita si mantiene sostanzialmente stabile (-1%, da 62.902 a 62.449, di cui il 9% afferente al consumo alimentare fuoricasa), mentre cresce in modo significativo l'occupazione, con oltre 327.200 addetti (+12%, di cui il 19% nella ristorazione, la seconda mercologia più labor intensive tra quelle considerate dopo la Gdo) e una media superiore a 5 occupati per punto vendita. Il giro d'affari del comparto è trainato soprattutto da Gdo, abbigliamento e ristorazione, che insieme generano il 75% del fatturato complessivo. La struttura del mercato evidenzia un tessuto imprenditoriale articolato e dinamico, con il 64% delle reti che conta meno di 50 punti vendita, accanto a un nucleo di catene medio-grandi (7%) che guidano la crescita del settore e che contano tra i 200 e i 500 punti vendita. Tra i comparti più dinamici emergono grande distribuzione, cura della persona, salute, pet care e auto e riparazioni, sostenuti dall'evoluzione dei consumi e dalla crescente attenzione degli italiani al benessere. Si consoldia, invece, la ristorazione in cui a fronte di un alto numero di brand che sviluppano in franchising si nota una certa strutturazione, soprattutto da parte delle mini-catene (regionali o cittadine). Parallelamente cresce la vocazione internazionale delle reti: il 41% dei brand italiani è già presente all'estero e un ulteriore 20% prevede di avviare un percorso di espansione internazionale nei prossimi tre anni.
"Il franchising italiano ha confermato la propria capacità di crescere anche in un contesto economico complesso, entrando oggi in una fase di maturità e consolidamento pur con un potenziale di sviluppo ancora molto ampio e raggiungibile a condizione di rafforzare il lavoro di sistema e la diffusione della conoscenza di questo modello come leva di crescita, occupazione e imprenditorialità - ha affermato Massimiliano Maffioli, presidente di Assofranchising - Naturalmente il franchising non è isolato dal contesto economico generale. Le famiglie continuano a fare i conti con l'aumento delle spese obbligate, che assorbono una quota crescente del reddito disponibile e riducono la loro capacità di spesa. Tuttavia, proprio in questa fase emerge il valore delle reti in franchising, capaci di offrire ai consumatori affidabilità, qualità e convenienza e agli imprenditori un percorso strutturato di crescita. Se il Paese riuscirà a ritrovare un ritmo di sviluppo più vicino a quello delle economie europee più dinamiche, il franchising potrà rappresentare uno dei principali motori della crescita economica e occupazionale dei prossimi anni".
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Tra le note più interessanti del Rapporto Assofranchising c'è un approfondimento legato alla figura del franchisee. Sebbene il ruolo resti oggi prevalentemente maschile, con il 65% degli affiliati uomini, il 79% dei franchisor ritiene che nei prossimi tre anni il franchising potrà attrarre una quota crescente di imprenditrici, anche grazie alle opportunità offerte dall'autoimpiego. Non a caso, 2/3 dei brand considerano proprio l'autoimprenditorialità uno dei fattori chiave per il successo delle reti. Nella scelta di affiliarsi a un network, i principali elementi di attrazione si confermano la forza del brand e il supporto garantito dal franchisor, indicati dal 65% degli operatori come i driver decisivi, seguiti dalle prospettive di redditività dell'attività. Per i franchisor, il franchisee ideale è una figura dotata di spirito imprenditoriale, flessibilità e capacità di adattamento, competenze che risultano però spesso difficili da coniugare con un'adeguata capacità finanziaria, individuata come uno dei principali ostacoli alla crescita delle reti. L'investimento iniziale richiesto per avviare un'attività in franchising si attesta mediamente intorno ai 120.900 euro - con la ristorazione che stacca tutti al primo posto con una richiesta media di 124.000 euro per aprire un punto vendita di circa 145 mq - ma è proprio la percezione di un impegno economico elevato (citata nel 17% dei casi) a rappresentare ancora oggi una delle principali barriere che frenano la considerazione del franchising come opportunità professionale. D'altronde, il 70% dei brand richiede una fee di ingresso che mediamente, considerati tutti i settori merceologici, si aggira intorno ai 14.955 euro (+1,4% rispetto al 2024) a cui si devono poi aggiungere le royalties, nel 50% dei casi variabili in base alle performance di fatturato.
Sempre in tema finanziario, durante l'evento di presentazione del Rapporto Assofranchising è stato siglato un accordo tra l'associazione e Banco BPM con l’obiettivo di facilitare l’accesso al credito per i franchisee. Grazie a questa collaborazione, Banco BPM metterà a disposizione degli associati di Assofranchising un servizio dedicato attraverso il proprio dipartimento specializzato nel franchising, che valuterà la solidità e la sostenibilità del modello di business dei marchi affiliati, favorendo così l’accesso ai finanziamenti necessari per l’avvio e lo sviluppo delle nuove attività in franchising. D'altronde, ciò che i dati del 2025 mostrano con chiarezza è che il franchising italiano "non cresce per inerzia, ma per scelta strategica - ha commentato Luca Dondi dall’Orologio, amministratore delegato di Patrigest - Il 65% degli operatori indica nell'espansione della rete il principale motore di sviluppo per il 2026, affiancato però dall'innovazione di prodotto e di canale: non si tratta di crescita estensiva, ma di un modello che si rinnova. Il 93% degli operatori prevede inoltre investimenti crescenti in intelligenza artificiale e digitalizzazione, a conferma che l'efficienza operativa è diventata una leva competitiva irrinunciabile". La vera sfida per il settore, quindi, è quella di essere pronti a intercettare i cambiamenti, abbassando prima di tutto le barriere d’entrata, a partire dall’accesso al credito.