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Anche l'Italia deve rivedere la sua normativa nazionale sul plant based e meat sounding
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Carne vegetale, Corte di giustizia Europea: si può chiamare "bistecca"

Per la Corte di giustizia europea gli stati membri non possono introdurre divieti di meat sounding per i prodotti a base vegetale e l'Italia si deve adeguare. Con una - a suo modo - storica decisione, la corte comunitaria ha stabilito che il regolamento europeo tutela sufficientemente i consumatori anche qualora si utilizzoino denominazioni usuali e descrittive come "bistecca", "hamburger" e "salsiccia" per la carne vegetale. 

Dal ricorso francese alla decisione della Corte di giustizia europea.

Ma come si è arrivati a questa decisione? Tutto parte dalla Francia. Nel 2021, infatti, venne introdotto un decreto che aveva lo scopo di vietare il meat sounding (riproposto anche nel 2024) che, tuttavia, non è mai entrato in vigore grazie all'appello al Consiglio di Stato francese operato da quattro realtà transalpine: il consorzio Protéines France, l’Union végétarienne européenne (EVU), l’Association végétarienne de France (AVF) e la società Beyond Meat Inc. Il punto del contenzioso era che le aziende interessate dal diviete non avrebbero avuto abbastanza tempo per modificare il packaging e lanciare nuove campagne pubblicitarie, con la conseguenza di registrare un grave danno economico. Da questo appello è scaturito il ricorso alla Corte di giustizia europea. "Qualora non abbia adottato delle denominazioni legali (e quindi non vi siano denominazioni specifiche protette per legge, ndr), uno Stato membro non può impedire, mediante un divieto generale e astratto, ai produttori di alimenti a base di proteine vegetali di adempiere, mediante l’utilizzo di denominazioni usuali o di denominazioni descrittive, l’obbligo di indicare la denominazione di tali alimenti" si legge nella sentenza. 

Plant based, sì alla carne vegetale ma no a marketing fourviante. 

Insomma, salvo motivi del tutto particolari, uno Stato non può vietare di usare nomi associati alla carne per indicare prodotti a base vegetale (né definire soglie proteiche al di sotto delle quali scattano i divieti). Ciò detto, la sentenza mette comunque al riparo i consumatori da eventuali utilizzi fuorvianti non solo rifacendosi alle norme attualmente già in vigore (regolamento n. 1169/2011) ma lasciando spazio agli Stati membri di intervenire nel caso in cui le modalità di vendita o promozione inducano il consumatore all'errore. In questo caso, si potrà perseguire l'operatore alimentare, ma non vietare quel tipo di denominazione. 

Anche l'Italia deve rivedere le sue norme sul plant based. 

Alla luce di questa decisione "il Governo italiano deve tempestivamente rispettare l’impegno preso con il settore plant based a rivalutare la norma, e abolire il divieto di meat sounding", ha sottolineato Francesca Gallelli, responsabile per le relazioni istituzinali del Good Food Institutr Europe. Il riferimento è, innanzitutto, all'articolo 3 della cosiddetta "Legge sulla carne coltivata" (72/2023, entrata in vigore lo scorso dicembre) varata dal Governo Meloni che vieta di utilizzare espressioni mutuate dal mondo della macelleria, della salumeria o della pescheria per “prodotti trasformati contenenti esclusivamente proteine vegetali”. Norma che, vista la decisione della Corte di giustizia europea che dovrà essere modificata per la gioia delle aziende operanti nel plant based e i consumatori che, insieme, hanno dato vita a un mercato al dettaglio da oltre 640 milioni di euro, cresciuto del +16% fra il 2021 e il 2023. 

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