Non c'è pace per il plant based in Europa: dopo il divieto dello scorso ottobre, il meat sounding ora è consentito per alcune referenze. A deciderlo è stato il Trilogo Ue (ossia il negoziato tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione) che ha messo al bando l'uso di 31 termini associati alla carne e utilizzati anche per indicare prodotti di origine vegetale. Il risultato? Sì al burger o alla salsiccia plant based, no a bistecca e bacon.
L’accordo è arrivato (prima del previsto) durante le discussioni sulla riforma del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli (che fa parte di quella della Politica agricola comune) proposta per rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori Ue nella filiera. I dettagli tecnici del testo saranno definiti venerdì prossimo. Il dossier passerà poi al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca, con i ministri degli Stati membri e a un voto finale nella plenaria del Parlamento. In base all'accordo non si possono associare a ricette a base vegetale o provenienti da carne coltivata o artificiale (al momento non disponibile sul mercato Ue perché sotto esame dall'Efsa, l'autorità per la sicurezza alimentare comunitaria) a termini come pollo, manzo o maiale. Stessa cosa per tagli specifici di carne, come petto, fegato, ecc. Consentiti, invece, termni di maggiore uso comune come burger, salsiccia o nuggets. Tra le altre cose, l'accordo raggiunto introduce una definizione di carne come "parti commestibili di animali" e dà tre anni di tempo ai produttori per esaurire le scorte di prodotti denominati erroneamente e adeguarsi alle nuove norme e indicazioni nominali. Rimane inevasa, invece, la questione dei prodotti vegetali che utilizzano aromi a base di prodotti animali (come le chips al gusto pollo).
Come già raccontato su RM, la querelle sul meat sounding va avanti ormai da qualche anno. Peraltro con cambi di posizione difficili da comprendere. Nel 2020, per esempio, il Parlamento si era espresso contro il cosiddetto Veggie Burger Ban. A ottobre del 2025, però, l’eurodeputata francese Céline Imart ha presentato e fatto approvare (con grande soddisfazione del ministro all'Agricoltura italiano Francesco Lollobrigida) alla Commissione agricoltura del Parlamento europeo un emendamento con proposte restrittive. Nel mezzo, infatti, era arrivata prima l'iniziativa italiana che nel 2023 aveva messo al bando il meat sounding e poi la sentenza della Corte di giusitiza europea che, di fatto, nel 2024 aveva affermato come questa non fosse una materia su cui gli stati nazionali potessero legiferare. Obiettivo della stretta, secondo i proponenti, è quello di rafforzare la tutela dei consumatori prevenendo la confusione riguardo alla composizione degli alimenti.
Si tratta di un problema reale? A guardare i numeri la risposta è negativa. Il mercato delle alternative vegetali in Italia vale oltre 600 milioni di euro di vendite e nel fuoricasa ha saputo trovarsi un posto in molti menu affianco a proposte più tradizionali (se non dando addirittura vita a format verticali dedicate alle referenze plant based). Non solo, ma a tavola gli italiani fanno sempre più spazio a cibi a base vegetale: +10,6% di consumatori negli ultimi tre anni per Unione Italiana Food. Secondo l'analisi affidata ad AstraRicerche, il 46% dei consumatori tricolore consuma prodotti vegani 2-3 volte al mese. Insomma, il plant based non è più un fenomeno passeggero, bensì una trasformazione (ancora in atto) delle abitudini alimentari. Guardando la questione da un'angolatura più giuridica, inoltre, la precauzione dell'Europa verso le scelte dei consumatori rischia di generare diversi contenziosi nei tribunali dei diversi Stati membri a seconda della tradizione, interpretazione e applicazione delle norme nei 27 Paesi Ue. Nel 2024, in un caso che coinvolgeva l’European Vegetarian Union, l’Association Végétarienne de France e il governo francese, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la normativa esistente era già sufficiente a tutelare i consumatori da possibili confusioni.