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Solo il 5% dei consumatori ha provato i vini low alcol nel fuoricasa
Solo il 5% dei consumatori ha provato i vini low alcol nel fuoricasa
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Vino nel fuoricasa: bollicine su (+7%), primi passi per il low alcol

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- Federvini Vinitaly report - Vino low alcol Italia - Vino consumi fuoricasa

Dal Vinitaly arrivano importanti indicazioni sulle tendenze di consumo del vino nel fuoricasa: +1% nel 2023 con le bollicine che segnano un +7% rispetto al 2022. A diffondere questi dati è stato l'Osservatorio Federvini che, in collaborazione con TradeLab e Nomisma ha fotografato l'andamento di un settore produttivo che vale 16 miliardi di euro di fatturato, circa il 9% del food&beverage italiano. 

Osservatorio Federvini: il fenomeno low alcol si affaccia nel fuoricasa.

Per quanto riguarda l'out of home, in particolare, le rilevazioni di TradeLab presentate in occasione di Vinitaly dimostrano come i vini fermi e frizzanti rappresentino il 19% del totale delle bevande consumate nel canale e il 33% di quelle alcoliche. Guardando alle occasioni di consumo, emerge come gli italiani consumano vini, fermi e frizzanti, a pranzo nel 33% dei casi, a cena nel 36% e durante l’aperitivo serale nel 18% delle occasioni. Da sottolineare lo sviluppo del fenomeno low alcol: quasi la metà del campione intervistato dichiara di conoscere l’esistenza di vini senza alcol o con ridotta presenza di alcol, anche se soltanto una esigua minoranza (il 5%), ha dichiarato di averli provati. Il 33% si dichiara interessato a consumare vini con bassa gradazione o senza alcol, specie i più giovani, sebbene il 57% degli intervistati non si mostri favorevole. Il 45% del campione, in particolare i giovani, infine, si dichiara convinto che il trend del low alcol modificherà il mix di consumi di bevande nei prossimi anni (la percentuale scende al 37% per i prodotti dealcolati).

Micaela Pallini (Federvini): "Le aziende vanno messe nelle condizioni di intercettare nuovi trend". 

"Stiamo assistendo a nuovi comportamenti del consumatore e a tendenze che sembrano guardare con maggiore curiosità a nuove categorie di prodotti, quali ad esempio i vini dealcolati e parzialmente dealcolati, soprattutto nei principali mercati di sbocco del vino quali Regno Unito, Usa e Germania - ha dichiarato a tal proposito Micaela Pallini, presidente di Federvini - Anche se è presto per dire se siamo di fronte a veri e propri nuovi trend, non possiamo ignorare questi segnali che giungono dal mercato e l’Italia, trovandosi attualmente in un’impasse normativo, si trova in una situazione di svantaggio: è importante mettere le aziende nelle condizioni di intercettare e soddisfare le scelte dei consumatori producendo in Italia tali prodotti così da mantenere nel nostro Paese tutto il valore aggiunto creato. Francia e Spagna, ma anche Germania e Austria già stanno avanti, l’impostazione più corretta è quella di analizzare questo fenomeno potendo contare su regole chiare e sicure per affrontare il cambiamento". In Italia, infatti, la produzione di vini dealcolati o parzialmente dealcolati incontra non poche complessità per via di alcuni colli di bottiglia normativi, sebbene il quadro legislativo comunitario lo renda possibile nel rispetto di pratiche enologiche autorizzate (distillazione, osmosi inversa, membrane) e di alcuni obblighi in materia di etichettatura. Tale situazione limita le possibilità commerciali degli operatori nazionali, alcuni dei quali ricorrono a partner esteri per produrre vini dealcolati a tutto vantaggio di aziende straniere.

Export di vino tricolore in calo, ma il comparto rimane resiliente. 

E guardando all'estero, dove il vino italiano registra esportazioni per 8 miliardi di euro (il 16% del nostro food&beverage), è il Vecchio Continente a farla da padrona: in Europa finisce il 41% della produzione tricolore. A seguire Nord America (28%), Europa extra Ue (21%) e Cina, Giappone e Sud Est asiatico (6%). Certo, anche qui il contesto si fa sempre più competitivo: nel 2023 i principali mercati mondiali hanno sensibilmente ridotto le loro importazioni rispetto al 2022 (-0,8% a volume e a valore) ma il vino italiano regge meno degli altri:  Francia (-2,8% a valori e -9% a volumi), Spagna (-3,2% a valori e 4,1% a volumi) e Cile (-22,4% a valori e -18% a volumi). "Il comparto del vino italiano si conferma resiliente, mostrando una tenuta sul fronte dell’export nonostante le diverse criticità che hanno segnato lo scenario internazionale - ha aggiunto Pallini - L'Italia ha retto il colpo. Bisogna però lavorare più attivamente sulla domanda ed in particolare sulla promozione: si rende necessario emanare quanto prima il decreto sulla promozione OCM vino nei Paesi terzi (che permette di finanziare con un contributo a fondo perduto che va dal 50% all'80%, a seconda delle regioni di appartenenza, tutti i costi da sostenere per promuovere i propri prodotti fuori dall'Unione Europea, ndr) introducendo quei miglioramenti tanto attesi dal sistema delle imprese affinché la misura possa dispiegare al meglio i suoi effetti".

Territorio e sostenibilità, i fondamentali del vino italiano. 

A premiare la filiera vitivinicola italiana rimangono però alcuni fondamentali come la connessione con il tessuto territoriale di riferimento: l’82% delle aziende per le materie prime agricole e alimentari si approvvigiona da fornitori a livello regionale. Alle politiche di prossimità si aggiunge l’attenzione alla sostenibilità, ambientale e sociale: l’80% delle imprese vinicole ha adottato azioni per ridurre il proprio impatto ambientale, il 76% ha condotto iniziative finalizzate al benessere dei dipendenti e il 74% ha implementato iniziative a favore delle comunità. Una sensibilità dei produttori che si manifesta anche nella crescita della superficie di terra coltivata per uva da vino secondo metodi biologici, che nel 2022 contava un’estensione di oltre 133mila ettari, con un incremento del 163% rispetto al 2010.

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